Una preziosa lezione del critico letterario Zaccuri che stimola pensieri e riflessioni fra letteratura, antropologia e critica economica
Ho appena finito di ascoltare la lezione di Alessandro Zaccuri sul dono, pubblicata dal canale Lucy (anche su Spotify). Dura 23 minuti, ha un montaggio rapido e efficace, e fa quello che più apprezzo in un contenuto: apre continuamente. Ogni affermazione rimanda a qualcos’altro – un testo, un autore, un concetto – che amplia la visione del tema e fa venire voglia di approfondire.
Questo è il metro con cui sempre più spesso valuto quello che leggo, ascolto o guardo: quante aperture offre? Quanti fili posso seguire se voglio approfondire? E in quali direzioni? Nell’epoca dell’accesso illimitato al sapere umano, il problema non è più la scarsità ma l’eccesso. Serve qualcuno che curi percorsi, che proponga mappe, che gerarchizzi e dica: questo vale la pena, da qui si diramano piste fertili. La funzione non è enciclopedica ma orientativa.
E di solito tendo a ragionare su due assi. Il primo è verticale –storico : cosa hanno già detto i nostri predecessori sull’argomento? Spesso tutto, in maniera più efficace, bella e precisa di facciamo ora. Il secondo è orizzontale-interdisciplinare : quante e quali discipline si incrociano in questo punto? Un articolo di matematica che chiarisce un aspetto culinario, uno di pittura che approfondisce la recensione di una canzone. In questo senso l’approccio del buon Philippe Daverio era esemplare.
La lezione di Zaccuri funziona su entrambi i piani. Parte dal dono e tocca letteratura latina, antropologia, teologia, economia contemporanea. Non pretende di esaurire il tema, ma di mostrare quanto sia ramificato. Questo post è un tentativo di mappare quei rimandi e indicare dove portano.
Aperture verticali: cosa è già stato detto
La prima sezione della lezione costruisce una progressione: chi dona (Virgilio), cosa si dona (Mauss), come si dona (hau, potlatch).
Virgilio – Chi dona: il problema del donatore
Zaccuri parte da Timeo Danaos et dona ferentes , proverbio noto. Ma segnala subito che la citazione è monca. L’esametro completo del libro II dell’ Eneide è: quidquid est, timeo Danaos et dona ferentes – “qualunque cosa sia questo, temo i Greci anche quando portano doni”.
Il quidquid est sposta il focus. Non è solo questione di diffidare di Ulisse, del donatore malintenzionato. È il dono stesso che va maneggiato con cautela. Il cavallo di Troia è pericoloso a prescindere da chi l’ha costruito. Questa inversione introduce il tema del dono dispotico: quello che obbliga, che crea debito, che vincola chi lo riceve. L’esempio che fa Zaccuri è la prima dose gratuita nelle droghe, ma il principio è estendibile.
Mauss – Cosa si dona: l’oggetto e il suo spirito
Marcel Mauss, Essai sur le don (1925). Zaccuri lo cita per introdurre l’ hau , lo spirito del dono nelle culture maori. È ciò che anima l’oggetto donato e lo protegge dall’essere strumentalizzato. Un dono con hau non può diventare merce, non può essere ridotto a transazione.
Il rimando è sintetico ma fertile. Mauss – me lo sono andato a ricercare ché avevo ricordi universitari labili – è uno dei padri dell’antropologia moderna, e il suo saggio apre a tutta la scuola francese (Lévi-Strauss, Bataille) e al dibattito novecentesco su scambio simbolico vs scambio economico (toccherà studiarselo prima o poi).
Potlatch – Come si dona: il dono come distruzione e potere
Collegato a Mauss, Zaccuri introduce il Potlatch , usanza documentata tra i nativi del Nord America. I capi si sfidano con doni estremamente costosi, ma il cui prestigio è amplificato dal fatto che vengono distrutti pubblicamente. Si dona disponendo in modo protervo del bene: non solo lo offro, lo anniento.
È dono come affermazione di potere attraverso lo spreco. Il parallelo con il consumo contemporaneo (lusso come distruzione ostentata di valore) è implicito ma chiaro. Zaccuri usa il Potlatch per mostrare quanto possa essere ambigua la generosità quando è usata per assoggettare.
Edward S. Curtis, Potlatch di una tribù di Nativi della Columbia Britannica, 1900.
Victor Hugo – Il perdono come dono perfetto
Dalla struttura del dono si passa alla sua forma più alta: il perdono. Les Misérables (1862), scena iniziale. Il vescovo Myriel accoglie Jean Valjean, ex galeotto che ha passato 19 anni in carcere per aver rubato un pane. Valjean, ospitato, ruba le posate d’argento del vescovo. Viene riportato indietro dalla polizia. Prima che le guardie parlino, il vescovo dice: “Meno male che sei tornato, ti eri dimenticato i candelabri che ti avevo promesso.”
Poi il discorso chiave: “Con questo argento ho comprato la tua anima e la restituisco a Dio.”
Zaccuri innesta qui due rimandi teologici. Il primo: la Prima Lettera ai Corinzi di Paolo, “Siete stati comprati a caro prezzo” (riferimento alla croce di Cristo). Il secondo: il rovesciamento del patto faustiano. In Faust l’anima viene venduta al diavolo con una condizione (“Quando dirai ‘fermati, sei bello’, ti prenderò l’anima”). Qui invece: nessuna condizione. Il vescovo compra, restituisce, libera. Puro perdono: per-dono , oltre il dono.
Zaccuri nota anche che Valjean, dopo essere stato liberato, ricade nell’errore. Hugo non lo trasforma in santo. La libertà include il diritto di sbagliare. Questo rende il perdono ancora più radicale: non è un guinzaglio morale, è liberazione autentica.
Cormac McCarthy – La bontà che prende iniziativa
Ultimo riferimento letterario: The Road (2006), romanzo post-apocalittico. Padre e figlio attraversano un mondo devastato. Il padre, morente, dice al bambino: “Goodness will find the little boy.” La bontà troverà il bambino.
Non è passiva. Non aspetta di essere invocata. Agisce. Zaccuri collega questa frase alla teologia scolastica: bonum est diffusivum sui – il bene non può fare a meno di diffondersi. È una proprietà intrinseca, non una scelta opzionale.
Nota a margine: Zaccuri ammette di aver ricordato male la citazione per anni, convinto che McCarthy avesse scritto “mercy” (misericordia) invece di “goodness” (bontà). Il dettaglio conta: “mercy” è più connotato religiosamente, “goodness” resta più nudo, più universale.
Aperture orizzontali: dove le discipline si incrociano
Semantica storica – Dono vs Regalo
Zaccuri distingue i due termini partendo dall’etimologia. “Regalo” deriva da “regalia”, la parte di ricchezza che il re distribuisce ai sudditi. È strumento di potere, crea soggezione. “Dono” dovrebbe essere gratuito, orizzontale.
La distinzione linguistica non è accessoria. Mostra come le parole incorporino strutture sociali. “Regalo” tradisce verticalità (dall’alto verso il basso), “dono” suggerisce orizzontalità. Ovviamente nella pratica i termini si sovrappongono, ma la traccia resta.
Antropologia economica – Dall’ hau all’economia del dono
Zaccuri accenna a correnti contemporanee che tentano di introdurre logiche di dono nello scambio economico. L’idea di mantenere un “respiro” nello scambio commerciale, qualcosa che non crei obbligazione ma relazione.
Il riferimento non è sviluppato, ma il terreno è quello della gift economy , dell’economia solidale, dei commons digitali. Qui, sempre cercando in giro, si potrebbe aggiungere un link a David Graeber, Debt: The First 5000 Years, un’opera monumentale sul rapporto tra dono, debito e violenza (toccherà leggerla prima o poi). Zaccuri sfiora il tema ma la cita. Sarebbe stato uno snodo interessante.
Critica del neoliberismo – Il trickle-down come falso dono
Zaccuri evidenzia esplicitamente i limiti della teoria dello “sgocciolamento” (trickle-down economics): l’idea che la ricchezza accumulata ai vertici finisca per beneficiare anche i livelli inferiori. Lo definisce un fallimento perché trasforma il dono in automatismo. Non c’è scelta morale, non c’è relazione. La ricchezza “sgocciola” per inerzia, non per generosità. Lo “sgocciolamento” mantiene le gerarchie (io sopra, tu sotto a raccogliere le briciole). Il dono autentico, per contrasto, le abbatte.
Ma esiste un precedente antico che mostra come un sistema di redistribuzione dall’alto verso il basso possa funzionare diversamente: la spigolatura (leket), pratica codificata nella Torah (Levitico 19:9-10, Deuteronomio 24:19-21) e narrata nel Libro di Rut. I proprietari dovevano lasciare parte del raccolto nei campi perché i poveri potessero raccoglierlo. Non è sgocciolamento per inerzia ma dono codificato come obbligo morale – o meglio, come comprensione di una realtà: nella tradizione ebraica nulla appartiene veramente all’uomo, siamo custodi non padroni. La terra è in prestito. Lasciare la spigolatura non è generosità eccezionale ma riconoscimento che il surplus non è “mio” da trattenere.
Jean-François Millet, Le spigolatrici (Des glaneuses) , 1857. Musée d’Orsay, Parigi. Pubblico dominio. Wikimedia Commons
La spigolatura si inserisce in un sistema più ampio di redistribuzione ciclica: l’anno giubilare (Levitico 25) prevedeva la restituzione dei possedimenti ogni 50 anni. Mai pienamente applicato, ma chiaro come principio: la proprietà è temporanea.
Il contrasto con il diritto romano è netto. Lo ius utendi et abutendi – diritto di usare e abusare della cosa posseduta – afferma che il proprietario ha potere assoluto sul bene. La tradizione ebraica nega questa possibilità alla radice: se sei custode, non puoi abusare. Nella tradizione rabbinica, la spigolatura diventa anche metafora della lettura scritturale: siamo tutti “poveri” davanti al testo sacro, raccogliamo le briciole di senso che possiamo comprendere.
È una logica di redistribuzione opposta al trickle-down: non automatica ma codificata, non residuale ma strutturale, non condiscendente ma fondata su una teologia della proprietà.
Perché questo contrasto è urgente oggi
Viviamo in un contesto in cui ogni interazione tende ad essere misurata, ogni gesto interpretato come transazione. La gratuità è sospetta (cosa vuole in cambio?) o strumentalizzata (il “gratis” delle piattaforme digitali che estrae dati). Recuperare una logica del dono – o della custodia, per usare il termine ebraico – non è nostalgia ma necessità. Non significa negare lo scambio economico, ma riconoscere che non tutto può essere ridotto a esso. La spigolatura, come il dono del vescovo Myriel, mostra che esistono alternative alle logiche di accumulo e controllo. Sono modelli che richiedono scelta consapevole, non inerzia di sistema. Ed è precisamente questo – la scelta, la relazione, la rinuncia volontaria – che manca nel trickle-down e che rende urgente ripensare cosa significhi davvero donare.
Dove Zaccuri non va (ma lascia tracce)
Tre direzioni che la lezione suggerisce senza esplorarle:
Il dono nell’economia digitale – I modelli freemium , i trial gratuiti , i lead magnet sono tecnicamente doni che creano obbligazione. Funzionano come la regalia regia: ti do qualcosa per metterti in posizione di debito psicologico o contrattuale. Zaccuri menziona gli “omaggi” digitali in apertura ma non sviluppa.
Il dono nel diritto – Donazioni, eredità, trust. Come il sistema giuridico gestisce la gratuità? Quali protezioni o vincoli impone? Il dono è sempre revocabile? Questa è una zona grigia che tocca famiglia, patrimonio, successione.
Graeber e il debito – Come accennato sopra, l’assenza di Graeber è notevole. Il suo lavoro sul rapporto tra dono, debito e violenza sarebbe stato un ponte naturale tra antropologia e critica economica contemporanea.
E quindi?
E quindi che? Già è tanto se sei arrivato fino a qui. Restano queste tracce aperte che sarebbe bello poter percorrere per aprirne altro. Per ora rimane la domanda: si può ancora donare in senso pieno, oggi? O siamo troppo dentro la logica del contratto? Zaccuri non risponde, ma fornisce strumenti per continuare a porsi la domanda. Che forse è l’unica risposta onesta.
Nota metodologica : Questo articolo è stato scritto con l’ausilio di Claude (Anthropic) attraverso un processo iterativo che ha richiesto più pazienza che talento. Impostazione editoriale, struttura, ricerca fonti e modifiche successive a cura umana, il resto token.
