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Francesco Costa intervista Francesco Costa sulla puntata di Wilson dedicata a Bending Spoons: un’autoanalisi necessaria

Francesco Costa intervista Francesco Costa sulla puntata di Wilson dedicata a Bending Spoons: un’autoanalisi necessaria

| Trikkia

Ho chiesto a Claude di scrivere un dialogo immaginario in cui l’attuale direttore del Post, Francesco Costa, intervista se stesso riguardo alla puntata del podcast Wilson “La tecnologia che cambia la storia“: un “interlocuzione allegramente psicotica” per rispondere alla domanda: cosa succederebbe se Costa intervistasse Costa usando il metodo Costa che Costa non ha usato?! Di seguito il risultato. Francè, si fa per ridere… sempre con tanta stima e affetto 😉


Devo fare una cosa strana. Devo recensire me stesso.

Non nel senso narcisistico del termine – anche se, ammettiamolo, c’è qualcosa di profondamente narcisistico in tutto questo – ma nel senso letterale: devo applicare a una mia puntata di Wilson lo stesso metro critico che applico quando scrivo di politica, media, società. Perché qualche settimana fa ho fatto un’intervista a Luca Ferrari, CEO di Bending Spoons, e riascoltandola mi sono chiesto: ma cosa ho fatto?

No, davvero. Cosa. Ho. Fatto.

È come se fossi stato sostituito da un sosia troppo educato, troppo compiacente, troppo… morbido. E ora Francesco Costa versione newsletter deve fare i conti con Francesco Costa versione podcaster. Spoiler: non sarà piacevole.

Le domande che io non ho fatto a me stesso (anzi, a lui)

Partiamo dalla struttura, che è sempre un buon punto di partenza quando non sai come affrontare l’orrore esistenziale di doverti sdoppiare.

Francesco Costa (quello che scrive) : Francesco, posso farti una domanda?

Francesco Costa (quello del podcast) : Certo, dimmi.

FC-scrittore : Ma nella puntata su Bending Spoons… le domande dove sono?

FC-podcaster : Come “dove sono”? Ho fatto domande.

FC-scrittore : Sì, nel senso tecnico del termine. Tipo: “Com’è nata l’idea?” o “Quali sono le sfide?”. Ma intendo le domande VERE. Quelle che fanno sudare l’ospite. Quelle che usi tu – io – noi… cazzo, questo sdoppiamento è più complesso del previsto.

FC-podcaster : Guarda, l’intervista voleva esplorare come si fa innovazione in Europa, il tema della crescita sostenibile…

FC-scrittore : “Crescita sostenibile”? CRESCITA SOSTENIBILE? Hai appena intervistato uno che ha comprato Evernote, licenziato il 50% del personale, triplicato i prezzi e ridotto il piano gratuito a 50 note. CINQUANTA NOTE. Nel 2025. E tu hai annuito parlando di “crescita sostenibile”?

FC-podcaster : Stai semplificando…

FC-scrittore : Sto SEMPLIFICANDO? Io? Io che faccio tre livelli di fact-checking prima di pubblicare un tweet? Io che ho scritto 4.000 parole sull’importanza della virgola nella comunicazione politica? IO sto semplificando?

I numeri che io avrei dovuto chiedergli (ma io non l’ho fatto)

Lasciamo stare lo sdoppiamento per un momento e guardiamo i fatti. Perché i fatti, almeno quelli, non hanno crisi di identità.

Bending Spoons: da 162 milioni a 1,2 miliardi di fatturato in tre anni. Come? Acquisendo app già affermate e “ottimizzandole”. Ottimizzare è una parola bellissima, quasi poetica. Copre una moltitudine di peccati.

Vediamo cosa significa “ottimizzare” in pratica:

Evernote (2023):

  • Prezzo: +63% (da $80 a $130/anno)
  • Piano gratuito: da “generoso” a “50 note massime, un notebook”
  • Dipendenti: -50% (operazioni USA → Europa)
  • Sentiment utenti su Reddit: “Hanno ucciso l’app che amavo”

WeTransfer (2024):

  • Dipendenti: -75%
  • Piano gratuito: 10 trasferimenti/mese (prima: illimitati)
  • Commenti online: “Uccisa dal paywall”

Meetup (2024):

  • Prezzi: +100%
  • Sedi USA: chiuse
  • Community locali: migliaia costrette a chiudere
  • Epitaffio più comune: “Fine di un’era”

FC-scrittore : Allora, Francesco. Questi dati li avevi?

FC-podcaster : Sapevo che c’erano stati dei cambiamenti…

FC-scrittore : “Dei cambiamenti”. MILLE persone licenziate sono “dei cambiamenti”. Ok. E non ti è venuto in mente di chiedere: “Ma scusi, cosa succede agli utenti quando un’app che costa 80 dollari improvvisamente ne costa 130?”

FC-podcaster : Non volevo sembrare ostile…

FC-scrittore : OSTILE? Ma che cazzo significa “ostile”? Fare domande è ostile? Ma allora tutte le interviste che hai fatto – che ho fatto – che ABBIAMO fatto a politici, economisti, esperti sono state “ostili”? O forse è che quando l’ospite è un giovane imprenditore italiano di successo scatta qualcosa tipo “non possiamo criticare uno dei rari unicorni europei”?

FC-podcaster : Stai esagerando…

FC-scrittore : Sto ESAGERANDO? Tu – io – NOI abbiamo passato 45 minuti a parlare di “visione” e “innovazione” senza MAI nominare i 330 dipendenti del Mosaic Group lasciati a casa. Senza MAI chiedere come si concilia “responsabilità” (che era nel titolo della puntata, cacchio) con licenziamenti di massa. Senza MAI leggere uno, UNO dei commenti degli utenti inferociti.

Il metodo (che io avrei dovuto applicare a me stesso)

Quando scrivo la newsletter, ho un metodo. È un metodo che funziona da anni. È il metodo che mi ha reso quello che sono (siamo? sono? questa faccenda pronominale mi sta distruggendo).

Il metodo è: prendi i fatti, mettili in fila, cerca le contraddizioni, fai emergere quello che manca nella narrazione ufficiale. Non urlare, non essere ideologico, ma sii preciso. Sii rigoroso. Fai le domande che gli altri non fanno.

FC-scrittore : Francesco, posso chiederti una cosa?

FC-podcaster : Ancora?

FC-scrittore : Quando prepari una puntata di Wilson, fai lo stesso lavoro di ricerca che fai per la newsletter?

FC-podcaster : Certo. Leggo, studio, preparo domande…

FC-scrittore : Allora come è possibile che tu non abbia trovato NESSUNO degli articoli su Evernote? NESSUNA delle discussioni su Reddit? NESSUNO dei thread Twitter degli utenti inferociti? Oppure li hai trovati ma hai deciso di ignorarli?

FC-podcaster : Guarda, il focus era altro…

FC-scrittore : Il focus era altro. Perfetto. Il focus era “celebriamo l’unicorno italiano” e tutto il resto poteva essere ignorato. Capito. E dimmi: quando intervisti un politico che dice “l’economia va bene”, tu ignori i dati sulla disoccupazione perché “il focus è altro”?

FC-podcaster : Non è la stessa cosa…

FC-scrittore : Ah no? Perché? Perché quando è un politico il tuo lavoro è mettere alla prova le sue affermazioni, ma quando è un CEO tech il tuo lavoro è dargli una piattaforma? È questo il nuovo standard?

Le domande che io avrei fatto (a lui, se non fossi stato io)

Proviamo un esercizio. Immaginiamo che io – quello che scrive – avessi preparato la scaletta per me – quello che conduce il podcast. Quali domande avrei inserito?

  1. “Lei ha definito ‘ottimizzazione’ il processo applicato alle app acquisite. Ma per molti utenti, ‘ottimizzazione’ significa prezzi triplicati e funzionalità che scompaiono dietro paywall. Come concilia questi due punti di vista?”

Questa è una classica domanda “alla Francesco Costa”. Non accusatoria, ma diretta. Mette sul tavolo la contraddizione senza urlare.

FC-podcaster : Potevo farla…

FC-scrittore : POTEVI? “Potevi”? Ma questa è la BASE. È la domanda MINIMA. È il punto di partenza di qualsiasi intervista seria a un CEO che fa acquisizioni aggressive.

  1. “Nelle ultime acquisizioni – Evernote, WeTransfer, Meetup – avete licenziato in media il 50-75% del personale. Come giustifica questa scelta in un’epoca in cui parliamo sempre più di responsabilità sociale d’impresa?”

FC-podcaster : Quella sarebbe stata troppo diretta…

FC-scrittore : TROPPO DIRETTA? Ma tu – io – NOI abbiamo chiesto a un ministro dell’economia come giustificava un aumento della disoccupazione giovanile. E quello era “troppo diretto”? O forse è che con un ministro ti senti autorizzato a essere tosto, ma con un imprenditore tech no?

  1. “Molte delle app che acquisite hanno utenti con anni di dati salvati. Questi utenti hanno difficoltà oggettiva a migrare altrove. Quanto conta questo ‘costo di uscita’ – questo lock-in – nel vostro modello di business?”

Questa è bellissima. È tecnica, è precisa, ma mette il dito nella piaga: state guadagnando perché offrite un servizio migliore o perché gli utenti sono prigionieri?

FC-podcaster : Non volevo sembrasse un attacco…

FC-scrittore : Ma BASTA con questo “non volevo sembrasse un attacco”! Fare giornalismo non è attaccare, è INDAGARE. È la differenza tra essere un megafono e essere un filtro critico. E tu – noi – in quella puntata siamo stati un megafono.

Il vero problema (che io devo ammettere a me stesso)

Ok, basta con lo sdoppiamento teatrale. Parliamo chiaro, parliamoci chiaro, parliamomi chiaro.

Il vero problema di quella puntata non è che fosse tecnicamente male fatta. È che è stata PIGRA. Ed è stato pigro io. Ero – era – ero pigro perché ho scelto la strada facile: quella della conversazione piacevole, del tono celebrativo, del “raccontaci la tua storia di successo” senza mai scavare sotto la superficie.

E il motivo è evidente: quando intervisti un politico, non hai paura di perdere l’accesso. Ci saranno sempre altri politici da intervistare. Ma quando intervisti uno dei pochi CEO tech italiani di successo, una vocina nella testa ti dice: “Ehi, non esagerare. Sono pochi. Se ti fai la fama di essere troppo critico, la prossima volta non ti daranno l’intervista.”

È una tentazione sottile, quasi invisibile. Ma è potente. È la tentazione del “giornalismo devoto”, quello che in America hanno chiamato “founder worship” fino a quando non sono esplosi gli scandali di Theranos, WeWork, FTX.

E io – il Francesco Costa che scrive newsletter, che fa fact-checking ossessivo, che si vanta di essere rigoroso – ho ceduto a quella tentazione. Ho scelto di essere comodo invece che rigoroso.

Cosa avrei dovuto fare (cosa avrei dovuto farmi fare)

La verità è semplice e imbarazzante: avrei dovuto fare alla persona che intervistavo le stesse domande che farei a me stesso se fossi dall’altra parte.

Se IO fossi il CEO di un’azienda che ha licenziato mille persone in tre anni, vorrei che il giornalista me lo chiedesse. Non in modo aggressivo, ma con chiarezza. Vorrei che mi mettesse di fronte ai dati, alle testimonianze degli utenti, alle contraddizioni tra “responsabilità” dichiarata e azioni concrete.

Perché solo attraverso quel confronto – scomodo, certo, ma necessario – può emergere una storia completa. Solo così il pubblico può farsi un’idea davvero “propria”, come promette il claim del podcast.

Invece ho fatto un’intervista comoda. Ho fatto domande morbide. Ho annuito quando avrei dovuto alzare un sopracciglio. Ho lasciato passare affermazioni che avrei dovuto mettere alla prova.

E ora, riascoltandola, mi rendo conto che non somiglio a me stesso. Sembro un altro. Sembro uno di quei giornalisti che critico quando fanno interviste-materasso ai potenti.

Una nota finale (a me stesso, per me stesso, da me stesso)

La cosa più imbarazzante di tutto questo è che so già come andrà a finire. So che qualcuno leggerà questo pezzo e penserà: “Ma dai, stai esagerando. Era solo un’intervista. Non è così grave.”

E in un certo senso hanno ragione: non è un crimine. Non ho fatto disinformazione, non ho diffuso bufale, non ho mentito. Ho solo fatto un’intervista mediocre su un tema importante.

Ma il punto è proprio questo: io – quello che scrive newsletter, che fa il fact-checker, che rompe i coglioni sui dettagli – non dovrei fare interviste mediocri. Dovrei fare interviste che mettono a disagio me stesso, figuriamoci l’ospite.

E allora questa è una promessa pubblica, di me a me stesso: la prossima volta che intervisto un CEO tech, un imprenditore di successo, un “innovatore”, farò le domande che avrei dovuto fare in quella puntata. Le domande scomode, quelle che fanno emergere le contraddizioni, quelle che costringono l’ospite (e l’ascoltatore) a guardare la storia completa, non solo la parte comoda.

Perché se non lo faccio io, perché mai dovrebbe farlo qualcun altro?


P.S. – Questa autorecensione psicotica è stata necessaria. A volte devi sdoppiarti per vedere quello che hai fatto. O quello che non hai fatto. O quello che avresti dovuto fare. Cavolo, anche questa nota finale sta diventando uno sdoppiamento. Basta. Fine. Vado in terapia.