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Clicca per aggiornare, come il versionamento ha trasformato la nostra idea di realtà

Clicca per aggiornare, come il versionamento ha trasformato la nostra idea di realtà

| Trikkia

Dal software alla società, viviamo nell’era della permanente provvisorietà. Tutto è aggiornabile, nulla è definitivo. Ma quando la memoria diventa totale, paradossalmente, dimentichiamo tutto. Qualche spunto per capire come il “clicca per aggiornare” sia diventato il gesto più rivelatore del nostro tempo


Quando Martha, protagonista dell’episodio “Be Right Back” di Black Mirror , si fa mandare una replica digitale del marito da poco deceduto, ottiene qualcosa di inquietante: una copia conforme che ricorda tutto ma non capisce niente. Il software-marito ha accesso a ogni foto, messaggio, post che il vero consorte aveva condiviso, eppure resta un simulacro vuoto. È la metafora perfetta del nostro paradosso contemporaneo: nell’era della memoria totale, stiamo dimenticando come ricordare davvero.

Il colpevole ha un nome: versionamento. Nato nelle stanze dei programmatori come soluzione tecnica per gestire il codice in evoluzione—da Windows 1.0 a Windows 11, da iPhone alla versione 15.7.1—questo paradigma ha colonizzato ogni aspetto della cultura. Profili social in costante aggiornamento, automobili che ricevono patch notturne, identità personali concepite come progetti mai conclusi. Viviamo tutti in “beta”, in attesa del prossimo upgrade di noi stessi.

Ma c’è qualcosa di più profondo in gioco. Il “clicca per aggiornare” non è solo un’interfaccia: è diventato il nostro modo di stare al mondo. È il gesto che incarna la nostra epoca, quella della permanente provvisorietà.

Il tempo del refresh

Per capire cosa sia successo, bisogna partire dal tempo. Le culture antiche vivevano in una temporalità ciclica: l’eterno ritorno, i miti che si ripetevano, le stagioni che tornavano identiche. Il cristianesimo ha introdotto il tempo lineare, la freccia che punta verso un futuro di redenzione. La modernità ne ha fatto un programma: il progresso come marcia inarrestabile verso il meglio.

Il versionamento ha rotto questa linearità. Non viviamo più in un tempo che va da A a B, ma in un presente esteso che contiene simultaneamente tutte le versioni possibili. È come se Einstein avesse ragione non solo sulla relatività fisica, ma anche culturale: il tempo è diventato flessibile, stratificato, reversibile. Possiamo sempre tornare a una versione precedente (ctrl+z), sempre anticipare quella successiva (beta testing).

Byung-Chul Han lo aveva intuito parlando di “tempo senza durata”: un presente ipertrofico dove tutto cambia ma nulla progredisce realmente. Ogni aggiornamento cancella il precedente senza costruire continuità. È la temporalità del refresh compulsivo, dello scroll infinito, dell’update che rende immediatamente obsoleto ciò che esisteva un secondo prima.

La memoria che uccide il ricordo

Il paradosso più stridente riguarda la memoria. Mai nella storia umana avevamo registrato così tanto. Ogni click, scroll, like viene archiviato da qualche parte nel cloud. Ogni versione di ogni documento esiste per sempre. Eppure, paradossalmente, sembra che ricordiamo sempre meno.

Prima dell’era digitale, la memoria era un muscolo allenato per necessità. Il cronista medievale Salimbene da Parma (1221 – 1288), come i suoi contemporanei, era in grado di citare interi passi di testi letti una sola volta – un’abilità che oggi ci sembra sovrumana. Ma c’è un dettaglio cruciale: prima della stampa a caratteri mobili (~1450), copiare un libro richiedeva anni di lavoro certosino. Questa scarsità tecnologica creava una selezione naturale a monte: solo i testi considerati davvero essenziali venivano tramandati, in pochissime copie. Quando finalmente avevi la fortuna di trovarti un libro tra le mani, valeva la pena mandarlo a memoria per intero—era un’occasione rara.

La selezione, insomma, avveniva nella produzione, non nel consumo. Oggi è l’opposto: produciamo e archiviamo tutto indiscriminatamente, delegando a Google persino il nostro numero di telefono. Ma la delega non è selettiva—e il cervello umano, a differenza delle macchine, non è fatto per processare abbondanza illimitata.

La memoria digitale funziona all’opposto: accumula tutto, senza attribuire valore gerarchico ai contenuti. È come avere una biblioteca infinita ma senza bibliotecario. Il risultato è quello che vivono molte famiglie contemporanee: album fotografici con migliaia di immagini che nessuno guarderà mai, archivi video che nessuno avrà tempo di rivedere.

Le startup della “resurrezione digitale” promettono di risolvere il problema rendendo la memoria immortale. Nectome vuole caricare il cervello umano su computer (processo “100% fatale”, specificano onestamente). Eternime crea avatar conversazionali dei defunti. Replika, fondata dopo che l’imprenditrice trasformò l’amico morto in chatbot, offre “compagni virtuali” personalizzati.

Ma è davvero questo che vogliamo? L’episodio “San Junipero” di Black Mirror immagina una coscienza caricata in una simulazione eterna dove tutto è preservato ma nulla ha peso. Il prezzo dell’immortalità digitale potrebbe essere l’insignificanza perpetua.

L’archeologia di Roma vs la criogenizzazione del presente

Camminate per Roma e vedrete il modello opposto. Ogni epoca ha costruito sul costruito, selezionando consapevolmente cosa preservare, cosa reinterpretare, cosa demolire. Il Pantheon diventa chiesa cristiana, le terme diventano fondamenta di palazzi rinascimentali, i marmi antichi vengono riciclati in nuove opere. È memoria viva, che metabolizza il passato per costruire il presente.

Oggi facciamo l’opposto: criogenizziamo tutto in musei climatizzati. La definizione di “bene culturale” dell’ICOM si è allargata talmente da includere praticamente qualsiasi oggetto. Il risultato è una paralisi curatoriale: se tutto merita di essere conservato, nulla ha più valore specifico.

La stessa logica si applica alla memoria collettiva. Le famiglie allargate di una volta—tre generazioni conviventi—creavano naturalmente aneddoti condivisi, lessico familiare, riferimenti comuni che si tramandavano e si trasformavano. Era un versionamento organico della memoria di gruppo. Oggi, con famiglie nucleari e figli unici, questo dispositivo si è inceppato. Ognuno accumula ricordi in solitudine digitale.

Gli universi espansi: quando anche le storie diventano software

Il Marvel Cinematic Universe e il DC Extended Universe rappresentano l’industrializzazione del versionamento narrativo. Non sono remake ma veri e propri “fork” mitologici: ogni film è un branch che può divergere o convergere con altri. È il modello Git applicato allo storytelling di massa.

Questa logica ha colonizzato anche culture più antiche. Il mito, che pensavamo immutabile, è sempre stato versionamento: ogni racconto era una variazione che manteneva la struttura profonda adattando i dettagli al presente. La differenza è che ora questo processo è diventato industriale, algoritmico, planetario.

Perfino le tradizioni religiose, apparentemente più resistenti, cedono alla pressione versionale. Attraverso rito e mito, le culture orali hanno sempre aggiornato il loro “codice sorgente” cosmico. Ogni celebrazione era una nuova build del sistema di credenze collettivo.

Il dilemma dell’onnivoro digitale

Michael Pollan ha descritto il “dilemma dell’onnivoro”: se possiamo mangiare tutto, cosa dobbiamo mangiare? Lo stesso vale per la memoria digitale: se possiamo ricordare tutto, cosa dovremmo ricordare?

Barry Schwartz lo ha chiamato “paradosso della scelta”: di fronte a infinite opzioni, rimaniamo paralizzati. L’individuo contemporaneo vive un overload simile davanti alla propria memoria digitalizzata. Facebook ci ricorda cosa facevamo “in questo giorno” di anni fa, Google Photos crea automaticamente album dei “momenti migliori”, Spotify ci propone la “retrospettiva annuale”. Ma questa memoria curatoriale algoritmica spesso non coincide con quella che vorremmo, e dovremmo, davvero conservare.

Il business della nostalgia infinita

C’è un altro aspetto inquietante: a chi serve davvero la memoria totale? Non a noi, che impazziremmo a ricordare tutto senza gerarchia. Serve alle intelligenze artificiali, che si nutrono di big data per esistere. Ogni nostra interazione alimenta algoritmi di machine learning che dipendono da questa mole di informazioni per funzionare.

È un sospetto che cresce: la tendenza all’archiviazione compulsiva potrebbe essere guidata dalle esigenze delle macchine, non delle persone. Siamo diventati operai inconsapevoli di una fabbrica della memoria il cui prodotto finale non è per noi.

Le AI, infatti, hanno risolto diversamente il dilemma dell’onnivoro digitale: mangiano tutto, indiscriminatamente, e poi estraggono pattern. È un approccio che funziona per loro—ma che rischia di renderci dipendenti da mediatori algoritmici per dare senso al nostro stesso passato.

Memento mori digitale

C’è un aneddoto rivelatore: la rottura di un hard disk pieno di ricordi—foto, video, progetti, appunti—provoca inizialmente panico. Ma dopo il dolore iniziale, spesso arriva una sensazione inaspettata di liberazione. Il sollievo di non dover più gestire quell’accumulo, di poter ricominciare da capo.

È il memento mori dell’era digitale: ricordare che anche i dati muoiono. E che forse, a volte, è un bene.

L’antica pratica romana della damnatio memoriae —cancellare dalle iscrizioni i nomi dei traditori—suggerisce che l’oblio può essere strumento di giustizia, non solo perdita. Il diritto all’oblio, battaglia legale contemporanea, riattualizza questa necessità: il potere di dimenticare come forma di emancipazione.

Verso una saggezza dell’aggiornamento

Non possiamo tornare indietro. La memoria selettiva pre-digitale è tecnicamente impossibile, e probabilmente non la vorremmo nemmeno. Ma non possiamo neppure andare avanti così: la memoria totale è cognitivamente insostenibile.

La sfida è sviluppare quella che potremmo chiamare “saggezza dell’aggiornamento”: sapere quando cambiare e quando resistere, cosa conservare e cosa lasciar andare, quando cliccare “aggiorna” e quando chiudere definitivamente una versione.

A livello individuale, significa imparare l’alfabetizzazione mnemonica: distinguere tra dati e ricordi significativi, praticare l’oblio attivo, concedersi tempo di elaborazione tra accumulo e ritenzione. Come il protagonista di Memento , che deve tatuarsi sul corpo solo l’essenziale per sopravvivere alla propria amnesia, anche noi dobbiamo imparare un’economia della memoria.

A livello collettivo, significa ripensare le istituzioni della memoria: musei che sanno dimenticare, archivi con date di scadenza, algoritmi che imparano l’arte dell’oblio. E soprattutto, comunità che decidono insieme cosa vale la pena tramandare.

Il vero atto rivoluzionario nell’era del versionamento potrebbe non essere aggiornare sempre, ma saper chiudere alcune versioni definitivamente. Come Roma che ha saputo lasciar morire l’Impero per diventare altro, forse anche noi dobbiamo imparare l’arte di concludere alcuni capitoli per poterne iniziare di nuovi.

Alla fine, la lezione più profonda del versionamento è che nemmeno questa riflessione è definitiva. È una versione del pensiero sulla versionalità, destinata a essere modificata, citata, dimenticata, riscoperta. Non sfuggiamo al paradigma che stiamo analizzando: lo attraversiamo consapevolmente.

Ma forse è proprio questa la saggezza dell’era del “clicca per aggiornare”: accettare che tutto è provvisorio, inclusa la nostra comprensione della provvisorietà. E trovare, in questa accettazione, non ansia ma una strana forma di pace.

Versione attuale : 1.0
Prossimo aggiornamento : Sempre possibile, mai necessario, talvolta liberatorio.